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Neonati prematuri, la medicina che salva

Sempre più bambini ce la fanno dopo la nascita a sole 22 settimane. Grazie a chi non li lascia andare

Perché nel dibattito sulla rianimazione si parla sempre e solo di come sospendere le cure e si parla poco di come far vivere meglio? Se questo avvenisse, i nuovi successi clinici non prenderebbero di sorpresa chi vede la vita come una corsa alla ‘normalità’ e verrebbero meglio supportati; successi, come quelli in neonatologia, che mostrano che la sopravvivenza dei piccoli prematuri è sempre maggiore di anno in anno. Già: anche le più rosee previsioni di uno, due anni fa sono state superate, e questo senza il temuto aumento di malattie legate alla nascita prematura. In Svezia, secondo lo studio riportato dalla rivista Acta Paediatrica (Aprile 2009), la sopravvivenza dei nati sotto a 25 settimane di gestazione (quelli su cui in alcuni protocolli esteri si propone una presa in carico attiva solo a certe condizioni) è cresciuta dal 50% al 75% in 5 anni! E non c’è stato un aumento delle conseguenze più gravi, ovvero di emorragie cerebrali o di cecità o di danni intestinali tra i prematuri in generale, nonostante l’aumento di sopravvivenza dei più piccoli e fragili di loro, segno che i piccolissimi hanno conseguenze per la salute pari a quelle dei prematuri più grandi, e dunque non hanno una salute peggiore, come si era temuto.
Un altro recente studio svedese riportato dal
Journal of the American Medical Association (Giugno 2009) mostra che ormai nascendo a 22 settimane sopravvive quasi il 10% dei bambini, a 23 settimane ne sopravvive il 50%. I risultati giapponesi di sopravvivenza dei piccolissimi prematuri (pubblicati su Pediatricsdel febbraio 2009) sono strabilianti: uno su tre dei piccolissimi dalle 22 settimane di gestazione in su, di cui discutevamo solo un anno fa, oggi sopravvive pur pesando meno di 400 grammi e ne sopravvive uno su due, se è tra 400 e 500 grammi alla nascita, con tassi di sopravvivenza nei bimbi nati a 22 settimane del 33% oltre la degenza in terapia intensiva.
E’
stato dunque lungimirante il Comitato nazionale di bioetica ad ascoltarci quando spiegavamo che la sopravvivenza sotto le 25 settimane non è trascurabile e a decretare nel febbraio 2008 in accordo a questa osservazione, così esprimendosi: «Al Comitato non appare condivisibile l’idea che l’incertezza di vitalità, dato che essa ben può – a posteriori – risolversi in esito positivo del soccorso, giustifichi l’inversione del principio ippocratico secondo il quale, di fronte alla nascita, sebbene prematura (…), il medico deve sempre avere l’obiettivo primario di battersi per la salvaguardia della vita (con l’unico limite di non dover mai ricorrere all’accanimento terapeutico)».
D’altronde se negli anni ’60, quando il 90% dei bambini che pesavano meno di un chilo moriva, si fosse
detto che con un così basso tasso di successo tentare di farli vivere era accanimento indebito, non si sarebbe giunti al traguardo di far calare questo tasso di morte al 10%. Ugualmente, solo due/tre anni fa ci sembrava impossibile far sopravvivere un bimbo nato a 22 settimane e si sentiva parlare di accanimento terapeutico per chi curava attivamente i nati di 22 e 23 settimane. Fortuna dunque che, ciononostante, la ricerca non si è arrestata. I risultati di questo pervicacia virtuosa si vedono anno dopo anno; ma solo un anno fa, nell’ottobre 2008, l’arcivescovo di Firenze monsignor Betori, come primo atto del suo ingresso in città, sentiva giustamente il dovere di riaffermare che «oggi tante cose vengono messe in discussione: c’è chi si chiede se un neonato sia una persona (…). Di fronte a queste domande bisogna ribadire con forza che ogni neonato ha diritto alla vita e ogni persona ha piena dignità».
Parole forti, segno di come ancora si debba costruire una cultura che superi tante paure e che accetti di fare i conti con i dati reali che vengono dalla stampa scientifica.

P
urtroppo sui giornali si preferisce paradossalmente dar risalto al dibattito su come «sospendere le cure» piuttosto che darlo agli sforzi di chi vuole garantirle e moltiplicarle per tutti, e questo non lo accettiamo. Si finisce con l’essere preda delle proprie paure e basare su di esse le proprie decisioni, cosa visibile anche tra i medici: uno studio mostrava recentemente che i neonatologi australiani che rianimano di meno sono quelli che più hanno paura della propria morte, e degli studi canadesi mostrano i pregiudizi che portano i medici ad essere più propensi a rianimare un adulto rispetto ad un prematuro, a parità di prognosi. Al pari delle paure, anche le false speranze devono essere tenute a distanza, e ben spiegare che i progressi ora descritti non significano l’assenza di un reale rischio di morte; proprio per questo l’Italia, grazie al Comitato Nazionale di Bioetica e al Consiglio Superiore di Sanità, ha tracciato delle linee guida che vogliono superare queste paure, e cui si guarda con interesse dall’estero. Sono state decisioni lungimiranti, e la scienza stessa oggi ce lo conferma.

pubblicato su CarloBellieni.com

Ultimo aggiornamento (Domenica 10 Gennaio 2010 10:08)

 
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