il miracolo
Quando hai compiuto 17 anni da appena due giorni, un test di gravidanza positivo ti può spiazzare completamente. Può sconvolgerti, può spaventarti, può farti avere mille reazioni diverse... ma davanti a quello stick di plastica che mostrava chiare e tonde due linee rosate, io la mia decisione l’avevo già presa: quel bambino che cresceva dentro di me sarebbe nato.
Quando leggi una storia che comincia così non si direbbe, ma anche il papà del bimbo (che a gennaio, quando ho scoperto di essere incinta, doveva compiere 19 anni e stava insieme a me da un anno e otto mesi) era della stessa opinione. Per noi, quell’esserino che sarà stato grande quanto un chicco di riso, era già nostro figlio.
Per i primi due mesi i nostri genitori non hanno saputo nulla; quando ero di 5 settimane mia nonna era morta dopo essere stata male per tanto tempo, e dopo un avvenimento del genere il coraggio di svelare quella gravidanza era svanito tutto di un colpo.
Nonostante amassi già alla follia quel bimbo e nonostante l’infinita dolcezza del mio ragazzo, la paura di parlare con i miei e il dolore per quella perdita erano forti, e si facevano sentire con il loro peso.
Poi un giorno, quando ero di 8 settimane, era arrivato il momento di svelare tutto… passai tutta la mattinata con delle vertigini fortissime, e tentare di nascondere le nausee con acqua gassata e un goccio di limone non bastava più: da quel giorno cominciarono due settimane di inferno. Non l’avrei mai pensato, ma i miei genitori volevano in tutti i modi che io abortissi.
Mi hanno accompagnata, assieme al mio ragazzo, alla visita dalla ginecologa, e li vidi per la prima volta quell’esserino sconosciuto che mi stava sconvolgendo completamente la vita. Un corpicino minuscolo tutto rannicchiato da una parte, e il suo cuoricino che vedevo battere all’impazzata; quella prima ecografia non la scorderò mai.
Mi sentivo sicura di me, piena di forze, ma piano piano cominciai a cedere. Le parole dette e i gesti compiuti in quei giorni ve li risparmio, sono sempre i soliti e ormai li ho quasi dimenticati… fatto sta che ero arrivata allo stremo, e acconsentii a farmi portare alla visita pre-aborto in ospedale.
Non saprei dire quante lacrime ho versato quel giorno che avevo preso questa decisione… sentivo come mille lame che mi laceravano il cuore, mi toccavo la pancia e nella mia mente tornava l’immagine di quell’esserino con il cuoricino che batteva fortissimo. Pensavo “lui si sente al sicuro dentro di me. Dorme tranquillo, e non immagina minimamente cosa accadrà… scusami, sono la persona più orribile che ti potesse capitare in questa tua breve vita, dovresti odiarmi”. Vita, si… perché nonostante tutti mi dicessero che “non era nulla”, per me ed il suo papà era già tutto. E nonostante la sua dolcezza, io non riuscivo ad appoggiarmi a lui.
Non riuscivo a far crollare il mio muro di certezze addosso a lui, visto che anche il suo stava cominciando a perdere i primi pezzi. Le parole della psicologa che mi diceva che in qualche modo ce l’avrei fatta a superare tutto questo mi scivolavano addosso… “che bugiarda” mi dicevo. La odiavo dal profondo, come fosse anche sua la colpa di tutto quello che stava accadendo. Perché nessuno voleva che il mio bambino vivesse? Perché lo odiavano tutti e mi stavano costringendo a scegliere quell’orribile strada?
Ed è in quel momento che un semplice numero di telefono mi, anzi ci ha salvato la vita.
A volte tutto può cambiare con una sola telefonata, con una sola chiacchierata con una persona che nemmeno conosci. Nel mio caso quella persona era Serena, e nonostante fosse la prima volta che parlavo con lei, riuscì a darmi coraggio. Capii che la forza di oppormi ce l’avevo, ce l’avevo la forza di salvare me e il mio bambino, perché nessuno aveva il diritto di toglierci la vita… nessuno. Toglierci, perché con lui sarei morta anch’io… che vita sarebbe stata dopo un simile gesto?
Andai a quella visita solo perché sapevo che mi avrebbero fatto un’ecografia e volevo assicurarmi che il mio bimbo stesse bene, dopo tutto quello stress avevo una paura terribile che, essendo in una parte così delicata della gravidanza, non ce l’avesse fatta. Chiesi al mio ragazzo di non venire, e ho fatto bene, perché in quel posto non augurerei a nessuno di starci.
Ho aspettato una mattinata intera davanti a quella che la ginecologa aveva definito come “saletta raschiamenti”. Nome più ambiguo non lo poteva trovare.
Sapevo cosa succedeva dietro quella porta, e il mio unico pensiero era che li dentro io non ci sarei mai entrata. Ad un certo punto ho visto uscire di li una ragazza; la stavano portando in stanza sulla barella, e il suo sguardo non me lo dimenticherò mai… completamente assente, direi vuoto se non fosse stato pieno della tristezza più infinita che io abbia mai visto in vita mia. Forse era ancora intontita dall’anestesia, ma quella tristezza la potevo percepire sulla pelle. A lei si è avvicinato il suo ragazzo, compagno o marito, non so cosa fosse. So solo che nonostante la sua carezza sulla fronte, non l’ha degnato di uno sguardo… probabilmente non l’avrebbe mai perdonato per quello che le aveva lasciato fare.
Da quel giorno odio le persone che si permettono di giudicare una donna che abortisce… e da quel giorno ho capito quanto poco aiuto ti venga dato, quando non sai cosa fare.
Quando finalmente mi hanno chiamato per la visita, ho detto che volevo entrare da sola e mi sono distesa sul lettino. Ero li che fissavo la parete, e quando ho chiesto di poter vedere il mio bambino mi sono sentita rispondere “lascia stare, tanto ancora non si vede nulla”. Invece io lo sapevo che si vedeva, e anche benissimo. “Lo vorrei vedere”, ho ripetuto con le lacrime agli occhi. L’ecografista ha girato lo schermo, ma ha spostato la sonda in modo che si vedesse poco e nulla. Quel gesto me lo ricordo ancora… se solo alle donne che vogliono abortire venisse fatto vedere ciò che portano in grembo, forse cambierebbero idea.
Solo quando l’ecografia è stata stampata l’ho visto. “E’ ancora più bello della scorsa volta”, ho pensato. Come se in una settimana potesse essere cambiato più di tanto… ma per me era già una meraviglia. La dottoressa mi consegnò il foglio con tutti i vari dati e, vedendomi così risoluta e coraggiosa, mi disse sorridendo“ in bocca al lupo per tutto”.
Dopo che i miei genitori parlarono con l’ennesima psicologa, il nostro inferno ebbe fine. Non so come abbia fatto, giuro che in quel momento volevo entrare nella stanza per abbracciarla e baciarla, ma riuscì a fargli capire che non avrei mai potuto sopportare un trauma come quello dell’aborto, e che ero decisa ad avere quel bimbo… da quel giorno tutto cambiò. All’ecografia del terzo mese hanno assistito il mio ragazzo e mia madre: quel piccolo monellino aveva preparato un bello spettacolino per ringraziarci di avergli permesso di vivere.
Faceva le capriole, ci salutava con la manina, si ciucciava il dito… ha fatto commuovere tutti, anche mia madre che fino a poco tempo prima non voleva nemmeno che ci fosse. Alla morfologica abbiamo finalmente scoperto chi era quel birichino che già si muoveva come un matto… anzi, quella birichina che si muoveva come una matta, perché quella che aspettavo era una bellissima bambina: la mia piccola e dolce Aurora. Le settimane passavano, e ogni giorno era un emozione sempre più grande. Nonostante il caldo, un ricovero di una settimana in ostetricia per pleurite e la panciona che pesava tantissimo, è stata l’esperienza più bella della mia vita.
E’ incredibile come i bambini in pancia siano gli unici capaci di farsi amare a suon di pugni e calci… eh si, eravamo proprio tutti già innamorati persi: io, il papà, i nonni, l’unico titubante era lo zio, ma dopo la sua nascita si è dovuto ricredere. La data prevista per il parto era il 6 ottobre, ma da brava principessa si è fatta aspettare, e il 19 mi hanno ricoverata per indurmi il parto; a causa dell’induzione le contrazioni sono state fortissime e senza pausa, il travaglio è durato 13 ore… ma giuro, rifarei tutto da capo.
E finalmente il 20 ottobre 2011, alle 7.24 e proprio mentre si stava facendo giorno, è arrivata lei… non so descrivere le emozioni che ho provato appena l’ho vista, tanto erano intense e meravigliose. Appena me l’hanno appoggiata sul petto, con la sua manina ha stretto forte forte il mio pollice, come per dirmi “ora che siamo insieme, dopo tutto quello che abbiamo passato, non lasciarmi mai mamma”. E poi quando il suo papà l’ha presa in braccio per la prima volta… era talmente emozionato che sembrava avesse paura di romperla, e quello sguardo innamorato non lo scorderò mai. Vederli li, mentre lei già aveva aperto gli occhi e lo fissava, è stato come vedere il senso della mia vita.
Adesso Aurora ha quasi due mesi; i nonni la chiamano “l’angelo di questa casa”, tutti noi la amiamo più di ogni altra cosa. E’ la gioia racchiusa nel corpicino di una bambina bellissima. E’ nata anche grazie a voi del Dono, come tanti altri sono nati e come tanti altri nasceranno… perché, anche con così poco, riuscite a fare dei grandi miracoli. Grazie, grazie per tutto quello che fate.

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Commenti
E' una bellissima storia, la tua. Sicuramente hai attraversato momenti difficili, timori e preoccupazione, ma ne è valsa la pena...
Anch'io avevo 17 anni quando ho saputo di essere incinta. Non ho avuto la fortuna di avere accanto un ragazzo com'è successo a te, ma l'emozione nel mettere al mondo un figlio, nell'abbracciar lo e nel viverlo giorno dopo giorno è indescrivibile...
Auguri a te e a tutta la tua famiglia!
però quell'ecografis ta.... #@!@#%!!
Meglio che non parlo, certe cose mi fanno uscire da ogni grazia di Dio...
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