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Domenica, 27 Aprile 2008 15:34

per ogni parola non detta

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Tutti sappiamo che i figli si fanno in due. Eppure quando si parla di gravidanza indesiderata - specie se non siamo di fronte a una famiglia già bella e costituita - sembra che improvvisamente questo figlio sia stato concepito per gemmazione o per qualche divino intervento: la donna è e deve essere lasciata sola a scegliere, a decidere, a proseguire il suo cammino, in qualunque direzione questo vada.

Non cambia a seconda dei ceti sociali, non migliora con l'avanzare dell'età della donna e non subisce incrinazione di sorta di fronte ai motivi per cui questa gravidanza sia arrivata in un momento non propizio o con dei presupposti non particolarmente buoni. E si tira in ballo la cultura, la scienza, la natura e quel che vogliamo, purchè si verifichino due meravigliosi (nel senso che destano meraviglia) eventi: cioè che nel caso in cui la donna voglia andare avanti, lo faccia per fatti suoi senza niente chiedere o supporre di poter avere; e nel caso invece che la donna sia nel dubbio che nessuno si permetta di offrire alcun tipo di aiuto sennò la donna non è lasciata sola a scegliere.
Come se la maggiore aspirazione delle persone possa, o debba, essere il venir lasciati soli.
Ogni giorno ci troviamo a fare i conti con questa realtà, fatta di una profonda omertà e un falso buonismo per lo più da parte di chi si ha intorno. Tutti sono diplomatici e di fronte a una donna che è in crisi, qualunque sia il motivo per cui questa gravidanza l’ha messa in crisi, nessuno se la sente di prendere una posizione nessuno ha coraggio di dire è meglio che cerchiamo un’altra soluzione l’aborto non risolve.
Solitamente quel che viene detto alle nostre ragazze è che la soluzione per la gravidanza è il parto.. tutti si fanno una risata e si comincia così a sdrammatizzare un evento che dovrebbe essere il più bello della vita di una donna. Ma chi questa possibilità - di incontrare qualcuno che con un sorriso tenda la mano alle situazioni più improbabili - non l’ha avuta? Chi è stato circondato da persone che per il suo bene non si sono messi in mezzo in una scelta che forse avrebbe potuto essere diversa? Chi usufruendo della facoltà degli altri di non rispondere, si è trovata immersa nel silenzio, proprio e altrui e ha fatto la scelta che sembrava , sul breve termine più semplice? Dove vanno le donne che hanno abortito? Perché -ed è evidente-la nostra società che ammette l’aborto come scelta non ammette le donne che l’hanno fatto e quindi nessuno ne può parlare. Quanti hanno tra le amiche donne che hanno usufruito della 194 e non lo sanno? Si parla di centinaia di migliaia di aborti l’hanno.

Dove stanno le donne che l’hanno fatto? Come stanno? Ce lo siamo chiesti e per quella che è la nostra esperienza sono sole, sono in silenzio, e soffrono.Sole anche circondate da amici e familiari; in silenzio anche con il compagno o marito che sia; in silenzio perché tanto è una cosa che non si può capire: hai scelto tu! Se non avessi voluto avresti potuto non farlo..

Affrontiamo tutte le casistiche: ho seguito personalmente solo nel 2006-2007 più di 500 donne dopo una ivg; ci siamo trovati davanti allo stupro, alla violenza domestica -in ogni forma-, all’aborto terapeutico per ogni tipo di malformazione (da quella “lieve” a quella “statistica” a quella incompatibile con la vita) per finire con la casistica sicuramente più ampia dell’interruzione nei primi 90 giorni: quella che riguarda donne che hanno un lavoro precario, donne abbandonate da partner “coraggiosi” , seguite da una famiglia fatiscente o soggiogante, spaventate , comunque sole. Il quadro che si presenta è di inimmaginabile incapacità comunicativa, dove sembra che per avere sostegno sia necessario presentare domanda in carta bollata specificando bene le motivazioni della richiesta, quando in realtà il perché di tanto dolore spesso non è chiaro neanche all’interessata. Eppure non è poi così difficile da immaginare! Lo dicevamo prima: se mio figlio fosse morto lo piangerei a buon diritto...forse che quello abortito era “meno figlio”? Quindi un lutto c’è ed anche più complesso da elaborare, “complicato”, come viene detto in termini tecnici, perché ostacolato nell’elaborazione da un dettaglio: bisogna infatti aggiungere alla perdita del figlio la “volontarietà” della morte…perché quel figlio, non è certo morto di raffreddore.. Studi psicologici preparano ogni donna all’instaurazione immediata di un rapporto quasi colloquiale con il bambino sin dalle prime settimane di gravidanza, rapporto che si dice importante per lo sviluppo del nascituro e di una corretta relazione materno infantile. Eppure sembra che questo vada bene nel caso il bambino sia atteso -da chi sta fuori della pancia- come il migliore dei regali, mentre nell’eventualità che ci siano problemi, no, non è il caso instaurare alcun rapporto. Non si tiene conto del fatto che la base di questi studi è un incentivo a una naturale predisposizione della donna: relazionarsi nella più profonda delle relazioni umane, quella di un essere dentro un altro essere. Non esiste legame più profondo per quanto questo sia inatteso inaspettato, o per qualunque motivo non vada  come previsto, non esiste niente di più grande. Come si può pensare che basti un intervento o una pasticca per dimenticarlo? E noi raccogliamo i cocci di questo “omissis” sociale.
Nessuna donna che abbiamo seguito dopo un aborto è fiera, orgogliosa della scelta fatta. Nessuna. Eppure nessuna delle donne che abbiamo aiutato a trovare una soluzione è triste per aver portato avanti la gravidanza anzi! Sono tutte fiere di aver rivoluzionato il mondo per quel piccolo in arrivo e di aver trovato qualcuno nel loro cammino che le aiutasse a trovare la leva per ribaltare quell’universo che le stava schiacciando. Quante donne dicono che avrebbero voluto incontrarci prima, che sarebbe stato tutto diverso, e quante altre ringraziano perché sono arrivate da noi con il foglio dell’ivg già firmato e l’appuntamento magari per pochi giorni dopo , mentre oggi hanno in braccio quel bambino che non avrebbe dovuto nascere. Questa è una denuncia verso la mancata applicazione della 194: non siamo poi così “potenti” da pensare di poter noi dell’ass. IL DONO far tutto per tutti, né talmente “datati” da ritenere di avere la soluzione pronta eppure nonostante la donna abbia già parlato nei consultori con operatori sociali e psicologi, e insieme abbiano visto che l’unica scelta o quella più consona è l’ivg, quale proposte alternative concrete sono state poste? Perché la 194 dice che “..specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall'incidenza delle condizioni economiche,o sociali,o familiari sulla salute della gestante,di esaminare con la donna e con il padre del concepito,ove la donna lo consenta,nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito,le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre,di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto.”
Eppure a tante donne che sono arrivate da noi con i precitati colloqui già fatti e con il foglio già in mano, noi abbiamo proposto…cosa? sostegno umano, accompagnamento, sostegno psicologico ..o semplicemente un abbraccio, una carezza, gli auguri! (possibile che non si facciano gli auguri a una madre incinta?) e a volte , solo a volte sostegno economico. In Italia le italiane non abortiscono per motivi economici: con tutte le realtà che esistono che elargiscono sostegni non è quello in realtà il vero problema: si abortisce per solitudine. Ogni tipo di solitudine. Ritengo che anche il pensare che la tua famiglia non accoglierà tuo figlio se tu non hai già un lavoro più che stabile o il fidanzato che piace alla mamma, sia una forma di solitudine. Si piange per anni dopo un aborto per solitudine che diventa disperazione e non senso, che diventano anni di terapia psicologica, frustrazione e disistima di sé di fronte a diverse forme di giudizio.
Perché anche chi dice “avresti potuto non farlo, se non volevi davvero” ti sta dicendo che sei una debole, ti sta accusando, e sembra che l’accusa sia una delle poche cose che si riesce a fare. In un mondo tempestato di rumori, assordante e accecante, sembra sia impossibile realmente ascoltare, sentire, percepire i bisogni dell’altro.
E ci si affretta a riempirsi la bocca di frasi fatte o d’effetto senza guardare negli occhi chi ci sta davanti cercando di capire dagli sguardi cosa c’è dentro..ma non era l’occhio lo specchio dell’anima?
Cominciare a guardare il problema dell’aborto partendo dall’aborto è un rovesciamento di prospettiva. Parlare partendo dal prima è semplice, viene quasi spontaneo, ma seriamente c’è un popolo di donne che stanno soffrendo dopo un aborto e non sanno neanche che qualcuno disposto ad ascoltarle esiste che c’è possibilità di dare un senso al vuoto che sentono dentro e che è importante farlo perché non è “morte” l’ultima parola sulla vita di nessuno: c’è possibilità di rinascita, di perdono di sé, c’è possibilità di trarre da quella esperienza terribile una nuova prospettiva di vita, nuovo coraggio. Nessuna vita è inutile, neanche quella dei figli non accolti e questo i primi a doverlo sapere e capire sono tutti coloro che lavorano in ambiente prolife e tutti quelli che da oggi, guardandosi intorno, rimuginando su ogni singola parola non detta, potranno chiedersi se c’è una donna , tra quelle che conoscono, che forse ha semplicemente bisogno di essere ascoltata.
Letto 9533 volte Ultima modifica il Mercoledì, 02 Febbraio 2011 22:44
Serena Taccari

Sono ideatrice e responsabile del progetto IL DONO di cui sono attualmente presidente. Sposata con Edoardo, sono madre di sei ragazzi. 

Sito web: www.il-dono.org

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1 commento

  • Link al commento miriam russo Venerdì, 14 Marzo 2014 22:46 inviato da miriam russo

    proprio le parole che avrei voluto sempre dire a chi mi ha lasciato sola nella mia disperazione,a mia mamma a mio papà a mia sorella,allo psicologo,allo psichiatra,ai 2 ginecologi abortisti.

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