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“Quello che resta”
E’ il titolo di un bel libro. Racconta storie di donne che hanno abortito perché lasciate sole.  “Quello che resta”
E’ il titolo di un bel libro. Racconta storie di donne che hanno abortito perché lasciate sole. Sull’Unità del 25 febbraio1977 si legge questa affermazione: “Il problema dell’aborto dovrebbe essere discusso in ambito squisitamente etico-morale e non attraverso considerazioni di natura biologica”.
Già trent’anni fa, insomma, i compagni più accorti, quelli che non arrivavano a definire il feto “un grumo di sangue”, menavano il can per l’aia, rifiutando di osservare la realtà, così come essa è.
L’equivoco dura tuttora, se è vero che una semplice foto di un embrione di dodici settimane, o la sepoltura di feti abortiti, riescono a sollevare polveroni immensi e l’ira di Achille. In quegli stessi anni, ripetendo gli slogan dominanti, Oriana Fallaci rimuginava tra sé e sé, problematicamente, come avrebbero poi dimostrato certe sue posizioni alla fine della vita, tutto l’armamentario femminista, di frasi e slogan abortisti: “Ho detto feto e non bambino: la scienza mi permette questa distinzione. Sappiamo tutti che un feto diventa un bambino solo al momento della viabilità, e che tale momento sopraggiunge al nono mese” (“Lettera a un bambino mai nato”).
Così scriveva, per darsi motivazioni che il cuore, però, non capiva. E continuava: “Non sei un bambino: sei un uovo. Un uovo grigio che galleggia in un alcool rosa e dentro il quale non si scorge nulla”.
Se questi erano i termini del discorso, di fronte a una nuova vita, vi erano poi anche le prediche canoniche, rituali, confezionate una volta per tutte e per tutti, sul ruolo e la condizione della donna. Sempre la Fallaci, facendosi portavoce
di un pensiero diffuso, scriveva: “Sono millenni che usate il nostro corpo senza rimetterci nulla. Sono millenni che ci imponete il silenzio e ci relegate al compito di madri…
Eterni bambini fino alla vecchiaia restate bambini da imboccare, pulire, servire…
proteggere nelle vostre debolezze e nelle vostre pigrizie. Io vi disprezzo”. Frasi
analoghe si potevano leggere su volantini e manuali femministi: “Riconosciamo nel matrimonio l’istituzione che ha subordinato la donna al destino maschile. Siamo contro il matrimonio… La donna è stufa di allevare un figlio che le diventerà un cattivo amante”.
Ancor oggi capita di sentire frasi come queste: in quelle donne un po’ noiose, inacidite e sole, che hanno consegnato la loro vita alla carriera, che hanno creduto di bastare a sé stesse, o il cui matrimonio è, purtroppo, fallito. Allora, come nella favola della volpe e dell’uva, devono trovare massime generali, per condannare quell’uomo che non le ha amate, o quell’amore in cui loro stesse non hanno voluto credere. A questa cultura femminista gli uomini risposero subito: presenti! L’utero è vostro, gestitelo pure voi.  A questa cultura femminista gli uomini risposero subito: presenti! L’utero è vostro, gestitelo pure voi. Anche il matrimonio in effetti è un po’ impegnativo: viviamo pure l’“amore libero”…
Oggi, di tanta retorica, sono rimasti solo i cocci: uomini e donne soli, che a volte hanno la sincerità di riconoscere i propri errori, e di ripartire, altre volte invece, accecati dall’odio e dal risentimento, continuano a sputare sul matrimonio e sulla famiglia. Ma i cocci sono anche altri. Sono quelle donne che hanno abortito, perché convinte che fosse cosa da nulla, perché sole, perché spinte dall’irresponsabilità maschile, perché alla fine di fronte alle difficoltà, se nessuno ci aiuta, ci lasciamo andare, e scegliamo spesso quello che ci fa più male. Queste donne in Italia sono moltissime, benché la cultura dominante non riesca a guardarle, e preferisca ignorare ogni cosa, per non dover rimettere in discussione i suoi dogmi. Eppure, chi desidera aiutarle, come Serena Taccari, della associazione “Il Dono”, non deve far molta fatica per trovarne, a decine, a centinaia. E’ quasi incredibile vedere come coloro che si dedicano a questo servizio, vedano il loro impegno diffondersi a macchia d’olio, in brevissimo tempo, e finiscano per aprire sedi da una parte e dall’altra, per la continua richiesta.
Portare i pesi gli uni degli altri
Dopo aver incontrato, di persona, quasi cinquecento donne che hanno dovuto elaborare il lutto dell’aborto, Serena Taccari ha deciso di raccogliere in un volume,
“Quello che resta” (Edizioni Vita Nuova), che uscirà in libreria il 18 settembre, la testimonianza di alcune di loro. A leggerlo vengono salutari brividi di freddo, temperati solo dalla consapevolezza che c’è ancora chi si fa fratello: “Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete alla legge di Cristo”.
“Mi sentii sola”, questo è il concetto che ritorna nelle testimonianze: “Sola”. “Per rispetto della tua libertà”, dicono i genitori e gli amici, in realtà poco disposti a farsi carico dell’altro, a sostenerlo nei momenti difficili. “I miei genitori non mi guidarono nella scelta da prendere, perché laritenevano una cosa troppo personale”, scrive una ragazza, facendo capire che la sua volontà di tenere il bambino, maturata sin dall’inizio, perché naturale per ogni madre, ha trovato di fronte a sé la freddezza delle persone più vicine, travestita da rispetto,presentata come attenzione a non invadere il campo altrui  la freddezza delle persone più vicine, travestita da rispetto,presentata come attenzione a non invadere il campo altrui (quasi che dinanzi a un uomo che annega, dovessimo aspettare una sua richiesta d’aiuto, in carta bollata).
Nel libro vi è anche la testimonianza di uno di quei casi estremi spesso tirati in ballo per giustificare l’aborto. E’ quello di una ragazza violentata che parla al suo bimbo, come fosse vivo: “Purtroppo non sono stata abbastanza coraggiosa, non ho neanche provato ad ascoltare il mio cuore, sentivo solo i consigli dell’assistente sociale, del mio ex ragazzo… ho avuto paura della reazione dei miei genitori… ma io sto male lo stesso perché indipendentemente dal modo in cui sei stato concepito tu eri sempre il mio cucciolo, e come parte di me andavi protetto”.
Francesco Agnoli |