Chiarimenti e precisazioni sull'articolo pubblicato su Avvenire del 26 giugno 2008.
Voglio essere molto sincera. Metto su i panni della psicologa (visto che l'intervista l'ho fatta in virtù di quella veste) per esprimere il mio dispiacere (laddove fosse necessario anche le mie scuse a voi) per un articolo che ha trasformato troppo di quello che ho detto e intendevo dire.
Prima di tutto vorrei precisare che non ho usato termini come "l’azione abortiva della pillola del giorno dopo è latente", perchè latente non è: o c'è o non c'è e se c'è stata non lo sapremo mai. Mi pare che latente voglia dire altro.
Vorrei anche precisare che la frase "Solo dopo ti poni delle domande, come le ragazze che si rivolgono alla nostra associazione per avere informazioni su questo farmaco solo dopo averlo preso" è lontano anni luce dal mio modo di esprimermi. Non soltanto la forma, ma anche la sostanza è piuttosto rielaborata. Questo dimostra che certe volte anche una piccola parola può bastare a trasformare il senso di una frase. La frase “solo dopo” ripetuta due volte basta a riempire di giudizio quella espressione che voleva essere informativa e non deduttiva. Suonando così di un rimprovero e un giudizio che non mi appartengono. Ma pazienza.
Infine, la cosa che mi ha lasciata più perplessa, non ho detto che "si riduce l'educazione sentimentale a quella sessuale" -anche perché ritengo siano complementari, non interscambiabili- ma che l'intenzione con cui viene fatta educazione sessuale (preventiva, anticoncezionale, sanitaria, pedagogica, ecc.) che pure avrebbe un senso di per se stessa, non ha efficacia (quantomeno rispetto ad aborto e pillola del giorno dopo) se alla base non c'è principalmente una educazione sentimentale, cioè educazione ai sentimenti e nei sentimenti. Insegnare (che parola brutta!) a conoscere e gestire la propria sessualità che valore può avere se non insegni (dimostrando, esprimendo, raccontando, condividendo, ascoltando...) il vocabolario dei sentimenti?
Lo spunto di questa parte di intervista era stato l'articolo sulle vergini di Salem, di cui tra l’altro abbiamo discusso anche qui. L'affettività dei ragazzi oggi è senza un centro, senza un riferimento sicuro, immersi come sono in relazioni in continua evoluzione, liquide e spesso troppo egoistiche. Ritengo che il gran parlare che si fa intorno all’urgenza di insegnare educazione sessuale voglia dire "i sentimenti non te li so spiegare, salto il capitolo e passo alla pratica

Ritengo che il gran parlare che si fa intorno all’urgenza di insegnare educazione sessuale voglia dire "i sentimenti non te li so spiegare, salto il capitolo e passo alla pratica
, almeno ti insegno cosa è quell'istinto (quella risposta fisica) che senti quando provi quei sentimenti", come dire dato che non ti so spiegare il “perché” ti spiego almeno il “come”. La pillola del giorno dopo si inserisce in questa velocità, in questo escamotage, in questa scorciatoia, come una nuda e cruda tutela alla corsa verso l'affetto di qualunque tipo, in qualunque forma, in qualunque modo, purchè sia. E certo è che quando manca l'educazione, intesa come conoscenza profonda, come elaborazione guidata del proprio vissuto emotivo, all'essere umano resta una sola cosa: il proprio istinto, che giustamente eserciterà completamente. Chi di noi non desidera amare ed essere amato?! E se il biglietto per l’amore è il proprio corpo e se non ho alternative, bè, vale la pena usarlo eccome.
Se il mio corpo è l’unico strumento per accedere a quella cosa che mi fa sentire amata, lo uso: mi insegnano pure come fare! Ma, qualunque sentimento che non sia stato educato e viene espresso esclusivamente in forma istintiva (la rabbia, l'autodifesa, la gelosia anche questi se non vengono educati possono procurare danni notevoli), senza la mediazione della ragione (se ne siamo dotati ci sarà un motivo!), diventa rischioso, e non certo per moralismo, ma perchè se uso il mio corpo per avere amore e non ci metto la ragione, sposto solo in avanti il momento in cui la ragione ce la dovrò mettere per forza.

se uso il mio corpo per avere amore e non ci metto la ragione, sposto solo in avanti il momento in cui la ragione ce la dovrò mettere per forza.
Per esempio curarmi in caso di una malattia trasmessa sessualmente, per esempio il confronto con i miei genitori se mi scoprono.
Per esempio una gravidanza.
E’ a questo punto della storia che la pillola del giorno dopo funziona come surrogato di quella ragione che non abbiamo voluto (o saputo: se nessuno ce l’ha insegnato) esercitare prima.
L'educazione ai sentimenti significa proprio "tutela dei sentimenti" non solo quelli presenti ma soprattutto futuri. Significa sottolineare il diritto all’amore che ciascuno di noi ha.

L'educazione ai sentimenti significa proprio "tutela dei sentimenti" non solo quelli presenti ma soprattutto futuri. Significa sottolineare il diritto all’amore che ciascuno di noi ha.
E’ per questo che ritengo necessario non eliminare la prescrizione della pillola del giorno dopo. A meno che, certo, non vogliamo toglierci la responsabilità di prenderci cura di quell’educazione così faticosa, così lunga, così costosa che è scavare nei nostri sentimenti per poterli passare alle nuove generazioni. A meno che, certo, non siamo tanto presuntuosi da fare le paternali ai giovani perché “ci potevate pensare prima però!”, anzicchè riflettere sulla nostra difficoltà a pensare prima di tutto noi ai nostri sentimenti, a quanto sia difficile guardarci e ammettere che siamo noi i primi a fare compromessi di ogni tipo per la tremenda sete di amore e di approvazione che ci spinge, e che, forti di qualche anno in più, ci permettiamo di dire “Eh! Questo non si fa!”. A ben guardare, quindi, ho la sensazione che passi poca differenza tra chi dice “questo non si fa” e chi dice “se lo devi fare fallo così” : sono due modi speculari di dire la stessa cosa: io me ne lavo le mani.
Il minimo dunque è che almeno il medico di base possa guardare questa ragazza negli occhi non per dissuaderla, non per giudicarla, non per assecondarla, ma perché almeno le dia un’occasione per pensare “io per te esisto”. Vogliamo lasciare ancora una volta le donne da sole( perché comunque la si guardi tocca sempre a noi) scambiando ancora una volta il termine libertà col termine solitudine?
“Ti lascio libera di gestire la tua sessualità senza che nessuno lo sappia”, suona bene no? Ma proviamo a mettere nome e cognome a questa frase senza ipocrisia: “ti lascio da sola a prendere un farmaco che può abortire tuo figlio (ma non lo saprai mai) senza che nessuno si scomodi per te”.
Non so a voi ma a me sembra proprio una gran fregatura.
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