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Ventidue settimane, lo stesso diritto a vivere PDF Stampa E-mail
Scritto da Enrico Negretti   

Image25 ottobre 2007

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La «Carta di Firenze»,pubblicata l’anno scorso da un gruppo di ginecologi e pediatri, sostiene che ai neonati di età gestazionale inferiore alle 25 settimane andrebbe negata assistenza, visto l’alto rischio di handicap futuro Ma molti neonatologi la pensano diversamente. Ecco perché.

Le cure ai neonati estremamente pretermine (tra le 22 e le 25 settimane di gestazione) sono un problema spinoso. L’enorme progresso tecnologico degli ultimi anni ha infatti reso possibile la sopravvivenza a neonati che un tempo non ne avrebbero avuta alcuna, talvolta a rischio di gravi disabilità, non esattamente prevedibili alla nascita. Nel febbraio 2006 è stato pubblicato un documento, frutto del lavoro di un gruppo di esperti (perlopiù neonatologi, pediatri e ginecologi) denominato «Carta di Firenze» che tende a considerare come straordinari gli interventi medici sui neonati di età gestazionale inferiore alle 25 settimane. Il testo ha suscitato un ampio dibattito nel mondo medicoscientifico, trovando forti opposizioni tra i neonatologi.

Un documento di tutt’altro tenore è stato elaborato dalla Cattedra di Neonatologia e dell’Istituto e Centro di Bioetica dell’Università Cattolica. Sulla scorta del dibattito che si è aperto, anche il ministero della Salute ha avviato la consultazione di un gruppo di esperti per stilare una «Raccomandazione del Ministero della Salute rivolta gli operatori sanitari» sull’argomento.

Che il tema sia scottante e susciti pareri opposti tra gli addetti ai lavori viene dimostrato anche dalla recente pubblicazione, sulla rivista scientifica Archives of Disease in Childhood (2007; 92: 515-516), di una sintesi della Carta di Firenze, dove però non tutte le società scientifiche che risultavano coinvolte nella prima stesura, sono ancora citate tra quelle che la stanno valutando. In particolare mancano all’appello la Sigo (Società italiana di ginecologia e ostetricia) e, soprattutto, la Società italiana di neonatologia. E anche riguardo alle altre società scientifiche non è chiaro se la valutazione sia poi sfociata in approvazione. Il neonatologo Ignazio Barberi, che è tra i firmatari della Carta di Firenze, e partecipa in rappresentanza della Società italiana di pediatria (Sip) ai lavori del gruppo voluto dal ministro della Salute, ammette che la Sip non ha ancora approvato formalmente il documento: «Ma non sono giunte al Direttivo osservazioni particolari. Il problema su cui ci si confronta è il rischio di sequele invalidanti nei neonati di così basso peso gestazionale. E le discrepanze nei dati pubblicati nella letteratura scientifica nei diversi Paesi rendono forse necessario un monitoraggio della situazione italiana».

Il. presidente della Società italiana di Neonatologia, Claudio Fabris, ribadisce che la Carta di Firenze non rappresenta minimamente la posizione ufficiale della società: «Al nostro congresso fu discussa con enormi polemiche. E non fu approvata. Adesso partecipiamo al tavolo tecnico del ministero dove portiamo le nostre osservazioni: mi pare impossibile che non si prenda in considerazione il parere di quelli che sono i primi incaricati delle cure ai neonati». Tra i neonatologi infatti, circola anche un altro parere, quello elaborato dall’Università Cattolica: «Noi riteniamo – spiega il direttore della Terapia intensiva neonatale Costantino Romagnoli – che sia sbagliato desistere dalla rianimazione in sala parto: vi sono migliori possibilità di valutare le effettive possibilità di sopravvvivenza dei neonati dopo un paio di giorni che sono ricoverati in Terapia intensiva». E lamenta che tra le fonti citate nella bibliografia della Carta di Firenze siano presenti in gran parte studi sui possibili handicap futuri: «Ma non può essere una valutazione sull’ipotetico handicap a guidare la decisione di non rianimare un neonato».

Da parte dei ginecologi, osserva Nicola Natale, vicepresidente della Sigo, si moltiplicano i dubbi: «Alla luce delle conoscenze attuali, ma anche valutando i progressi degli ultimi pochi anni, se possono esistere dubbi sull’assistenza ai neonati di 22 settimane (e ci sarebbe dadiscutere), già a 23 settimane le possibilità di sopravvivenza aumentano e le possibilità di uno stato di benessere sono sensibili». Quanto all’indicazione della Carta di Firenze di somministrare solo cure palliative al neonato di 23 settimane, a meno che non mostri capacità di sopravvivenza, con il consenso dei genitori, Natale osserva: «Non è chiaro cosa si intende per capacità di sopravvivenza che il neonato dovrebbe dimostrare alla nascita. E d’altra parte è discutibile che sia necessario ricorrere al consenso dei genitori per adottare un atteggiamento terapeutico del neonato». Anche i bioeticisti si stanno occupando del tema. Un gruppo di lavoro sulla Carta di Firenze è attivo al Comitato nazionale per la bioetica (Cnb), coordinato dal presidente emerito Francesco D’Agostino. Che obietta sull’opportunità delle «linee guida» ministeriali sull’argomento: «Non è compito della politica orientare le pratiche scientifiche. Una cosa è valutare la Carta di Firenze, che nasce nella cultura scientifica, un’altra è che un protocollo assuma un valore normativo di carattere pubblico con il "timbro politico" del ministro. Le soluzioni vanno trovate nel dibattito scientifico e bioetico».

pubblicato su avvenire


Serena Taccari
A proposito dell'autore:
Ideatrice e responsabile del progetto IL DONO di cui è presidente. Di formazione umanistica, è sposata e madre di 4 bambini. Responsabile della sezione Lazio dell'associazione, gestisce il centro di ascolto di Roma.
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