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Quello che resta: parlare dell'aborto partendo dall'abortodi AAVV [il dono onlus] ed. VitaNuova
"Se qualcuno leggendo ritrova se stessa, le proprie situazioni ed emozioni, sappia anche che c'è un posto dove si può essere ascoltati e compresi. Entrare in contatto con il dramma dell'aborto è aprire una porta nel muro del silenzio, dell'indifferenza di chi ti circonda, di chi -per non sentir parlare di morte - ti costringe a chiuderti in te stessa ed a portare quella morte da sola. La speranza per tutte le donne che hanno affrontato questa esperienza drammatica, anzi che l'hanno subita, è trovare qualcuno che dia ascolto a quel grido, perchè non sia la morte quello che resta."
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La donna a una dimensione
Il femminismo in Occidente, che sembrava sopito per mancanza di buone cause, al volgere del Millennio è tornato alla ribalta, con maggiore antagonismo, ponendosi al servizio di una cultura omologante fatta di tenui appartenenze e “generi” interscambiabili.
Per questa cultura, egemone in ambito internazionalista, la volontà femminile non è da conoscere e da favorire, ma da influenzare e incanalare verso scopi che non sempre corrispondono all’interesse della donna e spesso le sono perfino contro.
«Hanno trasformato la difesa della donna in una guerra all'umanità».
Questo libro traccia la genesi e la funzione di questo nuovo femminismo, elaborato a tavolino da un’élite intellettuale e diffuso nel mondo da istituzioni e associazioni tese a promuovere una società pianificabile, fatta di una moltitudine atomizzata di persone poco interessate ad appartenersi l’un l’altra e dunque poco interessate a riprodursi. Perché le donne non si facciano strumentalizzare, ma prendano in piena libertà le decisioni delle proprie vite, occorre portare alla luce gli scopi e i meccanismi di persuasione messi in campo da quella che è diventata oggi una filiera educativa mondiale, sempre più potente, ramificata e coesa.
Intervista con l'autrice, di Roberto Persico:
Vent'anni fa è ritornata alla fede, «perché è la cosa più razionale», dopo venti in cui aveva battuto tutt'altri lidi. Da allora, dice, «sono diventata più razionale, e ho visto come le cose in cui credevo prima erano in realtà dei condizionamenti». Così Alessandra Nucci, un tempo femminista ribelle, oggi nonna fiera di esserlo, ha intrapreso quella che definisce «una rivisitazione senza perdere lo spirito libertario» delle posizioni di un tempo.
Dunque è ancora femminista?
Lo sono se femminismo vuol dire difesa della donna, se guarda alla verità e non all'ideologia. Ma il femminismo è pesantemente ideologico: si presenta come un orizzonte indiscutibile, ci rifila un sacco di imposizioni surrettizie, e soprattuto ha fatto sparire ogni alternativa. Le ragazze oggi non riescono neppure a immaginare che possa esistere un modello di donna diverso da quello imposto dalla mentalità dominante.
Non è un po' esagerato?
No. E non si tratta neppure della spontanea diffusione di una mentalità, ma di un progetto preciso, che ha al proprio servizio le agenzie internazionali. Addirittura. Lei ha mai sentito parlare del Comitato di monitoraggio per l'applicazione del trattato Cedav?
No. Onestamente, neppure del trattato.
Appunto. È un trattato delle Nazioni Unite sulle pari opportunità. E il Comitato di monitoraggio svolge un'opera attivissima e pressoché ignota. Ma efficacissima: chi si oppone a un'agenzia Onu che accusi uno Stato di discriminare le donne? E così si sviluppa uno Stato-balia planetario, che dolcemente ci abbraccia per dirci come dobbiamo pensare.
E come dobbiamo pensare?
Secondo una linea che lega il femminismo non alla difesa delle donne, ma al controllo delle nascite. Tutta la cosiddetta liberazione della donna si traduce alla fine in questo: nella "liberazione" dalla maternità, ossia nel suo rifiuto, prima culturale (l'idea tenacemente promossa che la maternità sia una sorta di handicap) e poi pratico.
Per quale motivo?
Qui andiamo lontano. Le origini del rifiuto della maternità sono da ricercare in un certo ambientalismo che considera l'uomo non lo scopo della creazione, ma il suo nemico. Che rifiuta l'idea dell'uomo come immagine e somiglianza di Dio, dotato di ragione e libertà, per farne un semplice prodotto dell'evoluzione: è quest'ultima il vero signore della terra, al quale gli uomini si devono sottomettere.
Ma non è l'idea di tutte le femministe.
Certo che no. La stragrande maggioranza delle militanti è in buona fede. Solo i capi hanno chiara la strategia. Ma sono capaci di proporla in maniera così subdola da ottenere una quantità di adesioni, perché diventa mentalità dominante senza che ci si accorga che si tratta di una opzione. Come quando, da insegnante di letteratura inglese, proponevo la mia materia secondo canoni marxisti senza rendermene conto, semplicemente perché così veniva presentata ovunque. Solo quando sono tornata alla fede ho cominciato a capire.
Cosa c'entra qui la fede?
C'entra, perché la fede nasce da un uso sistematico della ragione. Gesù non chiedeva un'obbedienza cieca, ma un'adesione razionale. Questa è la questione decisiva, la differenza tra la tradizione cristiana e le altre; che permette, come ha spiegato papa Ratzinger, di parlare con chiunque. Purché lo si voglia: in America ci sono dei debate club in cui persone di posizioni anche diversissime si incontrano per dibattere, razionalmente, su temi scottanti; da noi no, con la scusa del rispetto delle opinioni altrui o del timore della polemica si parla solo con la propria parte. Mentre la fede fondata sulla ragione permette un dialogo ragionevole con tutti.
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[Fonte: Tempi num.45 del 23/11/2006]
La distruttiva donna ad una dimensione
Paolo Gambi (Da La Voce di Romagna, 12 novembre 2006)
Ci sono libri che interpretano lo spirito di un’era, denunciandone i mali più profondi ed i pericoli più acuti. È senza dubbio il caso di “La donna a una dimensione”, di Alessandra Nucci, appena edito da Marietti, e destinato a segnare una svolta italiana nella concezione del rapporto fra sessi. Un libro che tutti, uomini e donne, dovremmo leggere. E che fa giungere, finalmente, anche in Italia una voce femminile che svela trame ed intrighi sconosciuti al pubblico italiano, e che mette in mostra tutto l’odio di cui è intriso il pensiero unico femminista che tutti noi portiamo nelle nostre teste in maniera spesso inconsapevole. Sì, tutti noi. Perché leggendo il libro ci si scopre portatori più o meno involontari di un’ideologia totalitaria, quella femminista-antagonista, che sta portando il mondo in una direzione ben definita. La dissoluzione dell’essere umano come lo abbiamo conosciuto, ed apprezzato, da qualche millennio a questa parte. Chi di noi infatti non è mai stato indotto a pensare, anche nel retrogusto delle proprie opinioni, che la società “patriarcale”, ossia fondata sulla famiglia tradizionale, sfruttasse le donne e le condannasse ad un ruolo di subordinazione? Chi non ha il dubbio che in fondo è giusto che le donne si sforzino nella carriera, magari sacrificando il proprio ruolo materno, e che magari sono pure migliori degli uomini? Bene. Questi sono alcuni dei capisaldi di questo pensiero impostoci in modo subdolo dall’alto, da lobby potentissime e piene di danari. E questa cultura agisce su molti fronti. Il più immediato e superficiale, si scopre leggendo “La donna a una dimensione”, è quello politico. La rivendicazione dei diritti, specialmente laddove il vero controllo democratico non è presente, ossia nell’ambito dell’ONU e dell’Unione Europea, è diventato il pretesto per affermare una cultura abortista ed antifamiliare. Il tutto finanziato da potentissime lobby e fondazioni, prevalentemente americane, con nomi altisonanti come Hewlett Packard, o Rockfeller. Strettamente collegata a questo è la politica di controllo demografico, attuata su larga scala diffondendo la cultura degli anticoncezionali e dell’aborto. Le accuse di Alessandra Nucci, suffragate da studi prevalentemente americani, sono pesantissime, ed investono l’ONU, le sue agenzie, persino l’Unicef, l’Unione Europea e molte lobby di varia natura.
Ma se si scava sotto questa azione politica, si scopre un disegno culturale preciso e dettagliato. Quello della distruzione degli archetipi sociali occidentali come li abbiamo sin qui conosciuti. La famiglia, la donna madre, la religione. Tre nemici da distruggere. E questo avviene, ci spiega Alessandra Nucci, tramite l’evoluzione, appunto, del pensiero femminista. Partito da legittime rivendicazioni di una migliore condizione di vita per le donne, questo pensiero si è poi spinto a chiedere la parità di diritti, fino all’uguaglianza fra sessi. E si spinge ora a chiedere l’uniformizzazione, l’intercambiabilità di uomo e donna, come se le differenze, anche biologiche, non esistessero. La creazione dell’essere androgino, in definitiva. Ecco allora che la condizione di madre è una schiavitù della donna, e la famiglia una gabbia in cui l’uomo la vuole rinchiudere. Per affermare questo complesso di idee, l’arma è quella dell’antagonismo di genere. Mettere la donna contro l’uomo facendoglielo odiare. Alla donna si “rivela di essere stata da sempre e a tutti i livelli non compagna e complemento dell’uomo, ma sua vittima e suddita del patriarcato, si propone di scandagliare costantemente il passato, accumulare ovunque le prove delle ingiustizie subite, per poi farne i capisaldi di una ”. Massima responsabile di questo, ovviamente, la cultura cristiana, rea di aver proposto un modello sociale patriarcale, e di aver emarginato la donna al ruolo di Maria, Madre di Dio, vista dalle femministe come il prototipo della schiavitù femminile. Ecco allora che il libro ci aiuta nel percorso di appropriazione di una consapevolezza sull’origine di molti dei pensieri sulle donne che affollano le nostre teste di occidentali. Consapevolezza necessaria anche perché, andando ancora più a fondo nella genesi del pensiero, l’origine non è del tutto limpida. L’accusa, pesantissima ma dettagliata ed argomentata, che fa Alessandra Nucci è quella di uno stretto legame tra un certo femminismo e i nuovi culti delle streghe. E il passo dalle streghe ai satanisti è molto breve. Siamo in definitiva tutti portatori di un pensiero che ha come unico scopo la dissoluzione dell’ordine occidentale, per l’instaurazione di un diverso ordine cosmico basato sul matriarcato, la Dea Madre e l’uguaglianza dei sessi. Un culto new age, con profonde radici nella teosofia satanica, che ricerca il principio femminino, e che dovrebbe instaurare la pace e dissolvere la aggregazioni sociali sin qui conosciute. Una nuova natura umana.
Il collegamento poi di tutto questo con i circoli ambientalisti non pare scontato, ma il libro vi dedica molte pagine. Lo stravolgimento della concezione antropologica occidentale passa anche da uno svilimento della natura umana, il cui valore va a dissolversi in una assolutizzazione dell’ambiente, visto proprio come “Gea”, la Dea Madre, ed idolatrato come essere vivente da salvare dal suo nemico più grande: l’uomo. Ecco dunque che l’essere umano diventa non punto di riferimento, ma oggetto dell’odio… di se stesso. E in tutto questo si agita la sessualità, le ideologie, Gorbaciov, Pocahontas e Barbablù. Oltre ad una serie interminabile di casi di cronaca e di pensatori d’Oltreoceano, che il libro contiene ordinati in perfetta logica.
Cosa sia il matriarcato e la donna al potere lo possiamo vedere in tutta la sua carica di incubo proprio ora sui grandi schermi, nel film “Il diavolo veste Prada”. Per tutto il resto, il libro di Alessandra Nucci illumina sentieri diversamente sconosciuti al panorama culturale italiano. Che culminano in un pensiero tanto semplice quanto disatteso: “la soluzione ai problemi della donna , oltre che della società, sta non nell’antagonismo fra uomo e donna ma nella loro collaborazione”.
Ultimo aggiornamento (Martedì 09 Marzo 2010 14:03)
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