utenti online

Abbiamo 190 visitatori e nessun utente online

in chat
il dono 0
gruppo AMA post aborto 0
gruppo AMA mammesingle 0
aiutaci!

sostieni il progetto de IL DONO con una donazione!

offerta:   EUR

La grande menzogna dell'aborto

La grande menzogna dell’aborto

La Giornata per la vita invita a guardare quei bambini che attendono di vedere la luce e che, in barba a tutte le leggi, non hanno diritto di cittadinanza.

di don Silvio Longobardi

3 febbraio 2016 

L’impegno per la vita nascente non è solo un paragrafo di quella carità che abbraccia ogni uomo e ogni disagio. Ma è il paradigma e al tempo stesso la portad’ingresso nel più vasto mondo della carità e in particolare in quello dei minori. Utilizziamo il termine minori senza ipocrisia e senza indebite esclusioni: minori sono per noi anche i bambini nel grembo materno. Incontrando gli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede nel gennaio 2014, Papa Francesco parlò della violenza contro i minori: “Desta orrore il solo pensiero che vi siano bambini che non potranno mai vedere la luce, vittime dell’aborto, o quelli che vengono utilizzati come soldati, violentati o uccisi nei conflitti armati, o fatti oggetti di mercato in quella tremenda forma di schiavitù moderna che è la tratta degli esseri umani, la quale è un delitto contro l’umanità” (Discorso al Corpo diplomatico, 13 gennaio 2014).

L’intreccio tra i diversi attentati alla vita non toglie valore al tema dell’aborto anzi mostra che esso appartiene ad una più generale cultura della menzogna. Il cristiano non assolutizza nessun tema perché gli sta a cuore la vita di tutti e di ciascuno.

La Giornata per la vita invita a guardare quei bambini che attendono di vedere la luce e che, in barba a tutte le leggi, non hanno diritto di cittadinanza. Che si tratti di bambini, nessuno oggi lo mette in dubbio. Alcuni mesi fa l’ennesima ricerca di un’équipe inglese ci informa che nel grembo materno i bambini si allenano a piangere. Sappiamo anche che il feto prova dolore, anche se questo tema è accuratamente censurato. Ma si tratta solo di conferme di quello che già sappiamo. La mamma sa di portare in grembo una vita, non ho mai sentito una coppia di genitori in attesa di un figlio usare il termine feto. Per loro è semplicemente un bambino, il loro bambino.

Solo una raffinata ipocrisia può coprire una menzogna grande come una casa, che distingue la vita prima e dopo la nascita, assegnando solo alla seconda un valore assoluto. Una tale scelta non ha alcuna razionalità e non può essere in alcun modo dimostrata sul piano scientifico. E difatti, i fautori dell’aborto non percorrono questa strada ma un’altra, più raffinata.

Secondo alcuni pensatori, ferventi apostoli del diritto delle donne, e tra questi la filosofa Michela Marzano, i bambini nel grembo materno si dividono in due categorie: quelli desiderati e quelli non desiderati. A giudizio di questi pensatori la maternità inizia quando la donna riconosce il figlio che porta in grembo. In questa prospettiva, che sorregge la Legge 194, è lei, e solo lei, a decidere se il figlio ha diritto di vivere. La cultura contemporanea dunque rispolvera l’antica sentenza che concedeva al padrone il diritto di vita e di morte. I figli desiderati hanno una strada spianata. Per gli altri … cala il silenzio. Questi bambini non hanno vita, non hanno alcun diritto, nemmeno quello di avere un nome e una degna sepoltura. Più che un dramma è una nuova forma di barbarie.

I piccoli non ancora nati oggi sono i più dimenticati della storia, non c’è una categoria più emarginata e, numeri alla mano, non c’è luogo più pericoloso del grembo materno. In molti casi il figlio non diventa più un dono atteso ma un peso che schiaccia. In questi casi è facile, quasi immediato, pensare di liberarsi del problema cancellando la vita. È una tentazione antica perché l’uomo cerca istintivamente le scorciatoie. L’aborto non è certo una piaga recente ma questa scelta oggi viene difesa e promossa dalle istituzioni. Al punto che non è più presentata come una dolorosa necessità ma come un sacrosanto diritto della donna riconosciuto e tutelato dalla legge.

A metà degli anni ’90 la scrittrice Dacia Maraini, tra le sostenitrici più accanite della legge sull’aborto, ha pubblicato un libro dal titolo emblematico – Il clandestino a bordo – in cui narra l’incontro della donna con lo straordinario ospite che porta in grembo. Non cambia idea sulla necessità di una legge che conceda alle donne la possibilità di abortire ma riconosce che il concepimento ha qualcosa di sacro, porta con sé il mistero di una nuova vita, una persona che qualcosa da dire e da dare. In un’intervista concessa ad Avvenire afferma: “Se c’è qualcosa che avverto oggi come un pericolo, come un nemico, è il vedere gli esseri umani trattati come cose”. Questi bambini oggi sono inquilini scomodi, clandestini che non sempre ottengono il visto di ingresso nella società. Clandestini che muoiono senza poter avere neppure un nome, una tomba, qualcuno che preghi per loro. Senza neppure il diritto di cronaca.

Per restare alla sola nazione italiana, dobbiamo ricordare che negli anni 1978-2012 gli aborti praticati nelle strutture pubbliche sono stati 5.435.678. Non sono soltanto numeri, parliamo di vite umane spezzate, viaggi interrotti sul nascere, direbbe don Tonino Bello.

 
 

fonte:punto famiglia